Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli

Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli

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Francesco Guicciardini Discorsi politici

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TITOLO: Discorsi politici AUTORE: Guicciardini, Francesco TRADUTTORE: CURATORE: Palmarocchi, Roberto NOTE:

DIRITTI D'AUTORE: no

LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/

TRATTO DA: Opere / Francesco Guicciardini.

Comprende: VIII: Scritti politici e Ricordi a cura di Roberto Palmarocchi Collezione: Scrittori d'Italia G. Laterza Editore, Bari, 1933

CODICE ISBN: informazione non disponibile 1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 14 giugno 2000

INDICE DI AFFIDABILITA': 1 0: affidabilità bassa 1: affidabilità media 2: affidabilità buona 3: affidabilità ottima

ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO: Claudio Paganelli, paganelli@mclink.it

REVISIONE: Marina De Stasio, marinads@tiscalinet.it

PUBBLICATO DA: Alberto Barberi

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Francesco Guicciardini DISCORSI POLITICI

Massimiano re de' romani, innanzi che fussi fatta la lega di Cambrai, nella dieta di Costanza, sotto titulo di rimettere Massimiano Sforza, ricercava e' viniziani di lega per venire in Italia per la corona dello imperio ed a' danni de' franzesi, allora signori di Milano, offerendo loro partiti grandi. Trattavasi nel senato suo quid agendum; fu parlato da uno senatore per la parte affermativa in questo modo:

Tutta la difficultá di questa consulta, onorevoli senatori, consiste in considerare se el re de' romani si unirá co' franzesi in caso che noi rifiutiamo le dimande sue; perché avendo noi ora pace piacevole ed onorevole ed anche assai sicura, nessuna ragione può essere bastante a farci pigliare una guerra di travaglio e spesa assai, ogni volta che noi non dubitiamo che loro si unischino. Ma se noi presuppognamo che sia pericolo di questa unione, non credo che sia nessuno che neghi che sia da prevenire, perché è sanza comparazione piú utile essere insieme coi re de' romani contro al re di Francia, che aspettare che l'uno e l'altro re sia insieme contro a noi. Fare ora questo iudicio del futuro è cosa incerta, pure se io non mi inganno, molto potente sono le ragione che ci consigliano a temerne. Principalmente non è dubio che el re de' romani sia per desiderarla, perché arde di voglia di venire in Italia, e questo non può fare o difficillimamente, se non ha lega co' franzesi o con noi. Però subito che noi lo escludiamo, fará el possibile per aderirsi a' franzesi, né gli odii o le diffidenzie che sono tra loro lo rimoveranno da questo, perché non potendo camminare a' disegni suoi per altra via, bisogna cammini per questa, ancora che totalmente la non gli piaccia. Fanno bene queste ragione che lui desideri piú la amicizia nostra, che quella del re di Francia, ma, escluso dalla nostra, bisogna si volti a quella.

Dal canto del re di Francia ci sono piú difficultá, ma non sono a giudicio mio tale che abbiamo a viverne sicuri, e le cagione possono essere dua: el sospetto e la ambizione, delle quali ciascuna per sé suole fare movimenti molto maggiori. Lui sa la instanzia che el re de' romani ci fa, ed ancora che lui ed ognuno abbia sempre veduto grandissime esperienzie della fede di questa republica, pure, misurando noi dalla natura sua, può dubitare che per cupiditá di accrescere lo stato nostro o per sospetto di non essere prevenuti, non prevegnamo. Ed ha causa di credere che noi abbiamo questo sospetto, perché sa che ci sono note le pratiche che ha tenuto coi re de' romani contro a noi, nonostante le capitulazioni che abbiamo insieme. Può ancora temere che la ambizione ci muova, perché sa esserci offerti partiti grandissimi, e che noi siamo uomini desiderosi, come sono tutti gli altri, di accrescere dominio; né ci è mezzo a assicurarlo da questo timore, perché voi sapete quanto gli stati sono sospettosi naturalmente, e quanta poca confidenzia è tra l'uno principato e l'altro. E tanto piú che faccendosi questa instanzia dal re de' romani sotto titulo di rimettere nello stato di Milano Massimiano Sforza, può credere che noi desideriamo piú per vicino uno signore debole che uno re sí potente, e che per questa ragione sola, quando cessassino tutte le altre, noi ci moviamo a aiutare una impresa, lo effetto della quale, quando riuscissi, sarebbe la sicurtá totale dello stato nostro.

Lo può muovere la ambizione per el desiderio di recuperare Cremona, a che è stimolato ogni dí da' milanesi e dalla vergogna di non possedere quello che possedeva Lodovico Sforza, massime che per el titulo ereditario che lui pretende in quello ducato, giudica se gli appartenga ancora Brescia, Bergamo e Crema, e tutto lo stato vecchio de' Visconti. E noi veggiamo tuttodí quanto e' principi grandi sono facili a imbarcarsi in simili imprese, e tanto piú quando alla speranza di acquistare el dominio è aggiunto qualche colore di ragione, e lo stimolo della vergogna, di che abbiamo piú da temere, perché sanza unione del re de' romani non può sperare di pervenire a questo disegno, atteso che la republica nostra è potente per sé medesima ed arebbe sempre la aderenzia della Magna, quando el re di Francia ci assaltassi sanza questa unione. Però per le pratiche che ha tenuto si vede che sempre ha desiderato di opprimerci, ma non ha mai ardito di farne impresa sanza questa amicizia, la quale essendo il cammino solo che lo conduce al fine desiderato, abbiamo a credere ragionevolmente che vi si metterá drento.

E se mi sará detto che noi non abbiamo a dubitare di questo, perché sarebbe mala deliberazione per el re di Francia, per acquistare una cittá o dua, mettere in Italia el re de' romani, di chi è inimico naturale, e da chi ará sempre alla fine guerre e travagli, e che mentre che ará amicizia seco, gli costerá infinita somma di danari, ed anche l'ará incerta, e però farsi piú per lui sanza comparazione la pace ed amicizia nostra, con la quale tiene sicure le cose sue di Italia, io risponderò che se ha el sospetto detto di sopra che noi non ci ristrignamo col re de' romani, non gli parrá entrare in pericolo a farlo lui, anzi assicurarsi, e non solo dalla unione che si potessi fare tra quello re e noi, ma ancora da' movimenti che in caso che noi stessimo a vedere, gli potessi fare contro lui, o con l'aiuto della Magna o con altre aderenzie ed occasione. Ed essendo prima questi pericoli che quelli che succedono poi che el re de' romani ará fatto piede in Italia, non sará da maravigliarsi che el re di Francia vi pensi prima, seguitando in questo la natura commune degli uomini, che spesso temono e' pericoli presenti e vicini piú che non debbono, sempre tengono manco conto de' futuri e lontani che non è da tenere, e vi sperano molti rimedi e dal tempo e dagli accidenti che spesso non riescono. Di poi quando bene sia vero che questo partito non sia utile per lui, non siamo però sicuri che non l'abbia a pigliare. Non sappiamo noi quanto ora el timore ora la ambizione acciecano gli uomini? non cognosciamo noi la natura dei franzesi leggiere a imprese nuove, e facile a sperare sanza modo quello che desidera? non ci sono noti gli stimuli e le offerte che ha da' milanesi, dal papa, da' fiorentini, dal duca di Ferrara, dal marchese di Mantova, bastanti a accendere ogni quieto animo? Gli uomini non sono tutti savi, anzi la maggiore parte non sono savi; e chi ha a fare pronostico delle deliberazione di altri, non debbe tanto andare con la misura di quello che ragionevolmente doverrebbe fare uno savio, quanto con la misura del cervello, natura ed altre condizione di chi ha a deliberare; e chi procede altrimenti spesso si inganna.

Però volendo giudicare che deliberazione piglierá el re di Francia, non bisogna avvertire tanto a quello che ragionevolmente doverrebbe fare, quanto ricordarsi che e' franzesi sono inquieti e leggieri, e soliti a pigliare spesso e' partiti con piú caldezza che prudenzia. Non sono le nature de' signori grandi simili alle nostre, né sono loro cosí facili a vincere gli appetiti suoi, come sono gli uomini privati; sono soliti a essere adorati da chi gli è intorno, ed essere intesi ed obediti a' cenni. Però non solo sono elati ed insolenti, ma non possono tollerare di non avere quello che gli pare ragionevole, ed ogni cosa gli pare ragionevole che gli viene in desiderio, e si persuadono potere con una parola spianare tutti li impedimenti e vincere la natura delle cose. Anzi si recono a vergogna, quando per qualche difficultá si ritirano da e' loro appetiti, e misurano communemente le cose maggiori con quelle regole con che sono consueti a procedere nelle minori, consigliandosi non con la prudenzia e con la ragione, ma con la voluntá e con la alterezza; e se nessuno vive cosí, e' franzesi sopra tutti gli altri.

Non vedemo noi frescamente lo esemplo del regno di Napoli, dove la ambizione e leggerezza sua fu tanta, che per avere mezzo quello regno lo indusse a consentire l'altro mezzo al re di Spagna, ed a mettere in Italia uno re potentissimo, e dove prima era unico tra noi altri, disporsi a averci uno compagno pari a lui? Ma che andiamo noi per conietture quando abbiamo la certezza? Non sappiamo noi che altra volta questi dua re hanno fatto insieme questa unione e che el re di Francia l'ha desiderata e sollecitata? E se per qualche difficultá che fu in quella capitulazione, non ebbe effetto, non abbiamo da dubitare che poi che erano d'accordo del verbo principale, troverranno qualche mezzo a queste difficultá, massime che el re de' romani, quando sará totalmente desperato della amicizia nostra, vi sará piú caldo che prima.

E certo, se noi potessimo stare in pace, a me piacerebbe sopra ogni cosa; ma a giudicio mio abbiamo a avere guerra, ed è officio di savi non si lasciare tanto ingannare dalla dolcezza della pace presente, che non consideriamo e' pericoli imminenti ed el carico ed infamia che ci risulterá apresso a tutto el mondo, che per non avere saputo bene discorrere permettiamo che altri si faccia gagliardo, a offesa nostra, di quelle arme che ci erano offerte a nostra sicurtá ed augumento; massime che, sendo noto a ognuno le pratiche che a danno nostro hanno tenuto questi re, non potreno essere imputati di mancare di fede a' franzesi, se ci armereno contro a chi ci ha voluto ingannare. Però sendo in queste necessitá debbiamo pensare quanto sia differenzia grande a muovere la guerra a altri, o aspettare che la sia mossa a noi; trattare di dividere lo stato di altri, o aspettare che sia diviso el nostro; essere accompagnati contra uno solo, o soli contro a molti compagni; perché se si fa unione tra costoro, vi concorrerá el papa per le terre di Romagna, el re di Spagna per e' porti del reame, e tutta Italia, chi per recuperare, chi per assicurarsi. In effetto io desidero la pace, ma credo che abbiamo a avere la guerra, e però desidero piú presto una guerra onorevole, sicura ed utile, che vergognosa, pericolosissima e dannosissima; e consiglio el collegarsi col re de' romani. Dio feliciti quello che voi deliberrete.

Io confesso, onorevoli senatori, essere officio vostro e di tutti e' governatori delle republiche, ancora che la pace sia cosa santissima e desideratissima, non però lasciarsi tanto abbagliare dalla dolcezza sua, che per paura di non la perdere si entri in maggiori guerre e pericoli, che non sarebbe entrato chi non l'avessi amata troppo; e nondimanco ricordo che per ogni timore o sospetto non si debbe pigliare le arme, e per ogni paura di non avere guerra, entrare nella guerra, perché chi fa cosí, spesso, per fuggire pericolo, sanza bisogno entra in pericolo; e non essendo mai pace alcuna tanto sicura, né tanto ferma che manchi di qualche timore di guerra, chi procedessi con questa regola non starebbe mai in pace; anzi entrando di guerra in guerra per desiderio di avere la pace, non la arebbe mai. Però meritano essere laudate quelle republiche, che, quando veggono pericolo manifesto di guerra, non lasciano per la dolcezza della pace di fare le provisioni che convengono; ma non manco biasimate quelle che entrano in guerra per temere piú che bisogni la guerra.

Adunche, avendo noi a consultare sopra quello che è stato proposto, è necessario esaminare diligentemente che pericolo ci sia di guerra in caso che noi non accettiamo le offerte del re de' romani, e sopra questo fondare le nostre resoluzione; e perché non si può fare giudicio certo delle cose future, bisogna da uno canto pesare le ragione che minacciano la guerra, da altro quelle che persuadono el contrario, e pesato quali siano piú e piú potente, fondare el punto nostro come se sapessimo certo avere a essere quello che ci si mostra piú verisimile. A me, quanto piú ci penso, non può per conto alcuno essere capace che el re di Francia, o per sospetto di non essere prevenuto da noi, o per cupiditá di recuperare e' membri antichi dello stato di Milano, si accordi col re de' romani a farlo venire in Italia a' danni nostri; perché e' pericoli e danni che gli seguiterebbono del metterlo in Italia, sono sanza dubio maggiori che non è el pericolo della unione nostra, o che non sono e' guadagni che può sperare di questa deliberazione; perché oltre alle inimicizie ed ingiurie gravissime che sono tra loro, le quali non si possono cancellare per alcuno accidente, vi è la concorrenzia della degnitá e degli stati, la quale suole generare odii tra quegli che sono amicissimi. Però che el re di Francia chiami in Italia el re de' romani, non vuole dire altro che chiamarci uno re inimicissimo suo; non vuole dire altro che in luogo di una republica quieta, e che sempre è stata in pace seco, e che non pretende con lui alcuna differenzia, volere per vicino uno re ingiuriato, inquietissimo, e che ha mille cause di contendere seco di autoritá, di stato e di vendetta.

Né sia chi dica che per essere el re de' romani povero, disordinato e male fortunato, el re di

Francia non temerá la sua vicinitá; perché per la memoria delle antiche fazioni ed inclinazioni di Italia, le quali sono ancora verde, spezialmente nello stato di Milano, non può avere piede in Italia uno imperadore che non sia grande, e costui piú che gli altri per avere stato notabile contiguo a Italia, e per avere seco Massimiano Sforza; sanza che, in ogni guerra che avessi col re di Francia, può sperare di avere l'aderenzia del re di Spagna inimicissimo ancora lui ed emulatore de' franzesi, e che ha coniunzione col re de' romani almanco perché tutt'a dua hanno una medesima successione. Sa pure lui quanto è potente la Magna; e quando sará giá aperto lo adito in Italia e la speranza della preda sará presente, sará piú facile che si unisca o tutta o parte alle imprese di Italia che non è ora. E non abbiamo noi veduto che el re di Francia ha temuto sempre e' moti de' tedeschi, e di questo re cosí povero e disordinato come è? E molto piú lo temerebbe se lo vedessi in Italia, perché sarebbe certo di avere con lui o guerra pericolosa o pace fastidiosa e di grandissima spesa.

Che abbia voglia e stimulo di recuperare Cremona e le altre terre è verisimile, ma non con modo che sia maggiore la perdita che el guadagno; ed in questo caso io voglio piú presto credere che si governi con la ragione, che indovinare che abbia a fare una pazzia; massime che se noi consideriamo bene la natura di questo re, è stata sempre di fare le cose sue sicuramente, e gli errori che si dice avere fatti, sono stati piú presto per volere procedere con troppa sicurtá che con troppa caldezza. Questa fu la causa per che divise el regno di Napoli, per levarsi gli ostaculi e le difficultá, la quale deliberazione io non dico che fussi savia, ma dico che non nacque dalle cagione che è stato detto; e per la medesima cagione consentí smembrare Cremona e darla a noi, per potere con la unione nostra pigliare el resto sanza colpo di spada. Però s'ha a credere che governandosi con la ragione e governandosi come è consueto nelle altre imprese, non vorrá, per recuperare Cremona, mettere in tanto pericolo lo stato suo; massime che per questo non resterá fuora di speranza di poterla recuperare a altro tempo con piú sicurtá e con migliore occasione, le quali spesso vengono, ed agli uomini ancora è facile el promettersele piú che el conveniente. E chi è uso alle faccende e maneggi grandi, ed ha travagliato a' suoi dí assai come lui, non può desperare di non vedere varietá nelle cose del mondo, perché le sono use a variare pure troppo spesso.

Né ci debbono a mio giudicio spaventare le pratiche tenute altra volta tra loro e le capitulazione che si dicono fatte, perché è natura de' principi de' tempi nostri cercare di aggirare l'uno l'altro, e tôrsi tempo con queste arte e simulazione; e lo effetto ha mostro che le sono state fizione, perché sono continuate tanti anni, che bisogna confessare che siano pratiche vane, o almanco che vi è qualche difficultá che non si può resolvere. Non abbiamo adunche, se io non mi inganno, causa di temere che el re di Francia per desiderio di acquistare si metta in tanto precipizio, e manco per sospetto che abbia di noi; perché oltre che ha veduto esperienzia lunga che non abbiamo mai mancato alle capitulazione fatte seco, ancora che abbiamo avuti molti stimuli e molte occasione, ed oltre che sa che la natura della republica nostra è di osservare la fede e non pigliare volentieri guerre, le ragione medesime che assicurano noi di lui, possono assicurare lui di noi; e questo è che al nostro stato non potrebbe essere piú pernizioso che el re de' romani abbia piede in Italia, sí per la autoritá dello imperio, lo augumento del quale è sempre stato alieno da' progressi nostri, sí per conto della casa di Austria, la quale pretende ragione in molti luoghi che noi tegnamo, sí per la vicinitá della Germania, le inundazione della quale, se avessi aperta la via ed avessi el ricetto in Italia, sono troppo pericolose al nostro dominio. Massime che quello che si dice, di volere lo stato di Milano per Massimiano Sforza, è uno sogno; perché riuscendo la impresa, o el re de' romani lo attribuirá a sé, o se pure vi metterá lui, sará tanto debole e con sí potenti inimici che per avere la sua protezione bisognerá gli stia sempre sotto; ma piú credibile è che pensi a quello ducato per sé. Sono questi gli inganni e le arte de' principi: cercare di mutare gli stati sotto nome de' fuorusciti che vi hanno parte, e poi, riuscite le imprese, attribuire gli effetti della vittoria a sé.

Però non è conveniente che el re di Francia creda sí facilmente che noi, che abbiamo nome di maturare le cose nostre e piú presto errare in tarditá che in troppa prestezza, facciamo una deliberazione sí precipitosa. E se pure noi ci potessimo assicurare facilmente dal sospetto che pretendono questi che consigliano che noi ci uniamo col re de' romani, io sarei forse di quegli che ci conscenderei, parendomi cosa laudabile assicurarsi da' sospetti eziandio non necessari, quando l'uomo può farlo con facilitá; ma io credo che chi penserá bene ci vedrá drento molte difficultá. Principalmente questa guerra bisogna che si cominci e si sostenga co' danari nostri, co' quali areno a supplire non solo alle necessitá che ricerca questa impresa, ma ancora a tutte le prodigalitá e disordini del re dei romani, al quale non si può dare uno curatore che spenda bene e' danari che noi gli dareno, e speso che ará quelli a che ci sareno obligati, sareno necessitati a dargliene degli altri, altrimenti si accorderá cogli inimici, o si ritirerá nella Magna, lasciando a noi soli tutti e' pesi ed e' pericoli. Di poi la impresa s'ha a pigliare contro a uno re di Francia potentissimo, e che è duca di Milano e di Genova, copioso di danari, abondante di gente d'arme e di artiglierie; ha con seco e' svizzeri, la virtú e fama de' quali vi è nota, e che in questa impresa lo serviranno meglio che in nessuna altra, perché hanno per male ogni augumento degli imperadori e della casa di Austria. E' popoli dello stato di Milano gli sono amici ed inimici a noi, né desiderranno mai che vinca quella parte, per la vittoria della quale dubitino che noi abbiamo a smembrare un altro pezzo di quello ducato; e questo potrá piú che la inclinazione di quelli che amano Massimiano Sforza, tanto piú che ognuno cognoscerá che gli ará a essere una ombra in quello stato.

Però costoro che si propongono tanta facilitá, non so dove se la fondino; massime che tutti quelli di Italia che pretendono che noi gli occupiamo el suo, e tutti quelli che temono la nostra grandezza si uniranno con lui, parte per speranza di recuperare el suo con la vittoria sua, parte per assicurarsi dalla potenzia nostra. Ed el papa sará el primo, perché oltre a' rispetti sopradetti, non può mai a alcuno papa piacere la venuta dello imperadore in Italia, sendo tra la Chiesa e lo imperio una inimicizia naturale, né avendo uno pontefice da temere di altri principi che del turco che gli è inimico nello spirituale, e dello imperadore che sempre fu e sempre gli sará inimico nel temporale. El pelago adunche in che si entrerrebbe è grandissimo, e forse non minore che quello di che si teme, della unione di tutti contro a noi. Perché dove si accompagnano piú principi grandi e che pretendono la equalitá, quanti piú sono insieme, piú sono le difficultá che sono tra loro; né ci mancherebbe mai in uno simile frangente, trovare modo di accordarsi con qualcuno di loro e rompere quella unione di che abbiamo tanta paura.

Ultimamente io vi ricordo che, doppo la capitulazione che facemo col re di Francia contro a

Lodovico Sforza, lui non ha mai fatto con effetto cosa alcuna, per la quale possiamo dire con veritá che ci abbia mancato. Però, pigliandogli ora la guerra contro, non so come ci potreno scusare di non gli rompere la fede, della quale sapete che questa republica ha fatto sempre capitale assai; e per l'onore e per la utilitá de' maneggi che abbiamo a avere tuttodí con gli altri principi, non debbiamo sanza grande causa volerci tirare adosso questa infamia, ed augumentare ogni dí el sospetto che communemente s'ha di noi, che noi aspiriamo alla monarchia di Italia. Volessi Dio che per el passato fussimo andati piú temperati in questo, perché la maggiore parte de' sospetti che noi abbiamo, è per avere offesi troppi; né è la via di assicurarsi, lo accrescere inconvenienti ed aggiugnersi inimici nuovi, ma piú presto fermarci un poco, né entrare ogni dí in imprese nuove sanza grande necessitá o occasione. Forse che chi fu autore di fare venire in Italia el re di Francia per sbattere Lodovico Sforza, o lo movessi el desiderio di assicurarsi da' sospetti vani, o la cupiditá di acquistare Cremona, arebbe meglio consigliato alla nostra republica, se l'avessi consigliata andarsi temporeggiando in quelle difficultá, né si lasciare traportare tanto o dallo sdegno o dalla cupiditá o dal timore, che in luogo di uno principe minore di noi ci mettessino a' confini uno re sí potente. In effetto a me non pare che per uno sospetto di guerra incerta debbiamo pigliare una guerra certissima, né per desiderio di guadagnare debbiamo entrare in infinite spese e pericoli, né sanza manifesta necessitá mancare alla fede nostra e crescere ogni dí la opinione che siamo troppo ambiziosi e cupidi di occupare quello di altri.

Questo moto che si vede principiato tra tanti principi cristiani, papa, Francia, el Catolico,

Inghilterra e viniziani, è di tanto momento e per produrre sí grandi effetti, e di tanto interesse a tutta la cristianitá, che chi va pensando al fine suo non è da biasimare come curioso, ma piú tosto da riprendere come negligente chi non vi pensa. E per questa cagione debbe essere lecito anche a noi consumare qualche tempo in tale cura, con tutto che queste cose, per dependere da infinite cause, vanno tanto variando fuori della opinione degli uomini, che eziandio e' giudíci de' savi sono quasi sempre fallaci. E certo la potenzia del re di Francia è grandissima per el regno di Francia grande, populato, pieno di terre fortissime, e del quale lui trae somma grande di danari: ha milizia buona, molti signori ed infinita nobilitá, de' quali lui è piú assoluto principe e piú interamente ne dispone, che non fa principe o re alcuno cristiano nel regno suo. Aggiugnesi li stati che lui tiene in Italia di Milano e di Genova, colla aderenzia di Ferrara, Bologna, e queste terre ultimamente acquistate in Romagna, e quello che si vale de' fiorentini; la riputazione sua antica, con la nuova di avere dagli 1 di febbraio agli 1 di aprile difesa Bologna da uno esercito potentissimo del papa e re Catolico, contro alla opinione di molti, recuperata Brescia con ultimo esterminio della armata viniziana, ed ultimamente rotto in Romagna lo esercito del papa e spagnuolo. Per le quali cose si può conchiudere che el re di Francia sia di tanta potenzia di dominio e di arme, di tanta ricchezza e di tanta riputazione, che chi ha fatto impresa di abassarlo, ha fatto impresa molto difficile.

Da altro canto, se bene ciascuno di questi principi che gli sono collegati contro è di meno potenzia da per sé che lui, pure tutti insieme lo eccedono; perché né a Spagna manca gente, né a Inghilterra danari; el papa e viniziani sono di considerazione, ed a quello in che l'uno patisce difetto, supplisce lo altro; in modo che congiunta la potenzia di tutti insieme, debbe ragionevolmente essere a Francia molto formidabile. Hanno oportunitá di offenderlo in molti luoghi: in Italia le gente del papa e Catolico, quando saranno insieme per la via di Romagna e Bologna; e' viniziani verso lo stato di Milano, e' quali se bene hanno speso assai e si truovano oggi molto deboli, e piú di gente che di danari, pure aggiunti agli altri danno qualche disturbo; fuori di Italia li spagnuoli ed inghilesi con grande esercito per la via di Baiona o di Navarra; li inghilesi per la via di Calese in Normandia. Doverrá questo re mandare e' sussidi che trarrá del regno di Aragona a Perpignano, almeno per tenere Francia in qualche sospetto piú; in modo che pare molto difficile che quel re, con tutto sia potentissimo, possi tenersi bene guardato e sicuro da tante bande.

Questa varietá di ragione debbe tenere sospeso ognuno ed in grandissima ambiguitá; nondimeno per cominciare a venire in qualche discorso piú particulare, è cosa certa che se la potenzia che è in tutti questi inimici di Francia fussi in uno solo, verbigrazia nel Catolico, che el Cristianissimo non potria resistere, perché lo avanzerebbe di gran lunga di danari, di gente e di ogni oportunitá della guerra; e potendo maneggiarla uno solo tutta a arbitrio suo, e co' modi e tempi li paressino, sarebbe cosa inespugnabile. Valsi di questo molto el re di Francia che tutta la sua potenzia è in lui solo, né ha a aspettare consigli o deliberazione di altri, e però la difesa che lui fa, la fa con tutte le sua forze. Cosí pare da potere affermare, che se questa potenzia cosí divisa fussi usata in uno tempo medesimo, che el re di Francia saria inferiore; perché se a uno tempo medesimo lo battessino in Italia el papa, viniziani e le gente spagnuole che col Gran Capitano saranno in Italia, di qua el Catolico e li inghilesi per Ghienna e Normandia, non potria stare in tanti luoghi alla campagna e forse in nessuno. Ridurrebbesi a difesa delle terre, e saria impossibile che in qualche luogo non perdessi.

Di questo vedemo lo esempio el verno passato, quando lo esercito del papa e Catolico vennono a Bologna, nel quale tempo lo stato che el Cristianissimo tiene in Italia si ridusse in pericolo, e si trovorono le cose tanto bilanciate, che si hanno avuto a decidere con uno fatto di arme.

E se allora si fussi aggiunta la guerra di qua, bisogna confessare che el re di Francia si saria trovato in grandissimo travaglio. Ha voluto la fortuna sua che premendolo le cose di Italia, fussi vacuo di qua; ora che sará infestato da queste bande, quelle di lá non lo stringono, perché innanzi a ognisanti non può trovarsi in campagna el Gran Capitano; nel quale tempo sará lo impeto per Ghienna e Normandia. Di questo si può conoscere quanto beneficio li abbi portato e quanto li fussi necessaria la vittoria di Ravenna, e quanto fussi savia deliberazione quella del re di Francia in commettere a Fois che facessi ogni opera di fare giornata; la quale pare che mostri che lui medesimo si diffidassi di potere in uno tempo resistere a tanti inimici.

Stando adunche le cose in questi termini, e volendo entrare piú adrento nel giudicare, mi pare da considerare che se oltre agli inimici di Francia che oggi sono scoperti, si aggiugnessino lo imperadore e svizzeri, come ci è chi ha opinione, succumberebbe el re verisimilmente, né saria quasi possibile che in tanti luoghi e contro a tanti inimici resistessi, e che non patissi almeno nello stato di Italia, che è quello che cerca chi gli ha suscitato contro tanto travaglio. Anzi, lasciato lo imperadore, se e' svizzeri soli lo offendessino, è di grande importanza, perché li hanno tanta oportunitá di scendere nello stato di Milano, che el re saria necessitato a tenervi grossa banda di gente, e tanto piú deboli rimarrebbono le cose sue di qua; altrimenti in quello ducato seguirebbe disordine, come si vedde questo verno quando gli scesono con gran danno di Milano e con pericolo di natura che se in uno tempo medesimo avessino li spagnuoli battuto a Bologna, si giudicò communemente che el re aria perduto Milano. Rimane adunche el caso in maggiore dubio, quando si presupponga che lo imperadore stia in aria come ha fatto insino a qui, e che e' svizzeri non sieno contro a Francia, e la guerra rimanga solo tra lui ed e' principi detti di sopra. Il che se fussi, tutta la considerazione per ora si riduce di qua e massime da questa banda di Baiona; perché se bene li inghilesi andranno per Calese, nondimeno sendo sanza cavalli, non pare possino fare molto momento, trovando al rincontro terre fortissime e bene guardate e verisimilmente qualche cento di lance franzese.

El punto adunche è da questa banda di Baiona; in che volendo potere dare buono giudicio, bisognerebbe intendere che provisione facci el re di Francia, e se lui è per mettere tanta gente insieme da potere stare alla campagna; e benché qui si dica di no, nondimeno, presupposto che e' sia sanza paura de' svizzeri, pare duro a credere che uno tanto re non possi farlo, perché oltre alla gente che gli ha in Francia, doverrebbe potere cavare di Italia almeno seicento lance, e riducendosi a campagna, quando si mettessi a ridosso delle terre, le difenderebbe facilmente e forse verrebbe a giornata; la quale sarebbe pericolosa, perché di gente d'arme è sanza dubio superiore a costoro, e di bontá e di numero. Sono milledugento lance franzese una grossa banda, che contano almeno tre cavalli utili per lancia e forse quattro; gli uomini d'arme di qua si numerano uno cavallo solo da fazione per uno, e non ne metteranno in campo oltre a milletrecento, e se bene abbino molti cavalli leggieri, non sono in una giornata di grande momento, e massime alla guisa di qua, che non hanno balestrieri a cavallo. Sarieno adunche e' franzesi superiori di cavalli; di fanterie sono migliore queste di qua che le franzese, perché quegli guasconi e piccardi sono uomini di mala pruova; li spagnuoli sono piú destri, curano meno la morte, sono esercitati nelle arme e vi hanno una grande inclinazione naturale; li inghilesi ancora sono buoni uomini; e però sarieno e' franzesi inferiori di fanterie, se giá non si potessino valere de' navarri, e' quali sono buoni fanti come li spagnuoli, o veramente de' svizzeri, e' quali se non saranno contro a Francia, saria facile lo servissino di qualche migliaia di fanti; ed in questo caso essendo el re di Francia superiore di cavalli ed almeno pari di peditato alli inimici, la vittoria in una giornata saria verisimilmente sua, e pare da credere che, dove lui vedessi la speranza della vittoria grande, che lui lo apiccherebbe.

Ma quando e' venissi alla campagna, e nondimeno le forze dell'uno e lo altro esercito fussino pari, io non so se el re di Francia venissi a giornata volentieri, perché el perderla li metteria questo ducato di Ghienna in grandissimo pericolo; e si vede da altro canto che el tôrre tempo agli inimici li porta alle cose di qua grandissimo beneficio, e massime perché potendo stare a ridosso di qualche terra, saria sicuro di non le perdere; e però pare ragionevole che lui non abbi a volere giornata, se giá non lo muove o una speranza molto grande di vincere o el volere espedire queste cose di qua prima che el Gran Capitano sia in Italia, per non si avere a ridurre colla guerra adosso in uno tempo di qua e di lá. Questo discorso mi occorre quando el re di Francia metta tanto esercito insieme da potere di qua stare alla campagna; ma quando la opinione che costoro mostrano fussi vera, cioè che non possa venire alla campagna e si abbi a ridurre a difesa delle terre, è da considerare che la impresa di Baiona è molto pericolosa, quando costoro non sieno bene sicuri che el re di Navarra stia neutrale; e questa sicurtá non si debbe potere avere colle parole, essendo quello re franzese, avendo el padre e stato in Francia, ed essendo per la morte di Fois levata ogni causa di discordia tra lui ed el Cristianissimo. E però veduto in quanto pericolo si metterebbono, rispetto al sito del paese, sanza questa sicurtá, è da credere che non la avendo romperanno per via di Navarra, il che sarà beneficio al re di Francia, perché el primo impeto della guerra non sará a casa sua, ed inoltre si potrá valere de' navarri, che sono buoni uomini alla guerra.

Giudicare quello che seguissi in questo caso è difficile: el paese di Navarra insino a' monti

Pirenei è paese montuoso e forte, benché io non ho notizia che vi sia alcuna terra particulare molto munita; da questa altra banda è Baiona, cittá assai forte di sito, e molto piú per accidente, avendo avuto el Cristianissimo tempo a fortificarla con fossi ed artiglierie, e di mettervi drento quelle gente che lui ará volute. Ha quivi, secondo si intende, lo amore de' popoli; perché se bene altra volta sieno stati sotto li inghilesi, è cosa tanto antica che forse non vi vive chi ne abbi memoria, ed inoltre naturalmente sono piú franzesi che inghilesi, e per el sito dove sono posti e per la lingua che è franzese; e ragionevolmente li spagnoli non possono né debbono passare innanzi se prima non la' spugnano.

Queste ragione persuadono in favore del re di Francia; da altra banda la esperienzia mostra tuttogiorno che la difesa delle terre è fallace, e piú sono quelle che si perdono benché munite, che quelle che si difendono. Porrá el Catolico atorno uno grosso esercito con molte artiglierie, ed oltre al numero ordinario de' soldati, si varrá di quanti sussidi li saranno bisogno, de' luoghi vicini di Biscaia; e pure hanno fama li spagnoli di vincere bene le terre, perché e' fanti loro sono atti a combatterle forse piú che altra fanteria, ed anche si sogliono valere di ingegno di cave e fuochi lavorati. Vincendo Baiona, se ne andrebbono a Bordeus, cittá vicina a trenta leghe vel circa e non molto forte e di via tutta piana; e se li espugnassino ancora questa, hanno aperta la via di correre insino in sulle porte di Parigi: ed in effetto in queste dua cittá consiste la vittoria.

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